LA SACRA BIBBIA

 

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La domanda riguarda il canone biblico, cioè l'elenco dei libri ispirati, normativi per la fede in quanto ispirati dallo Spirito Santo. Questo elenco si è formato un po' alla volta nel corso dei secoli. Il punto di partenza è la Bibbia ebraica, che i cristiani hanno poi chiamato Antico Testamento quando hanno aggiunto alcuni testi propri, cioè i Vangeli, le lettere apostoliche e l'Apocalisse, denominati Nuovo Testamento. La parola
testamento deriva dal latino e traduce un termine ebraico che significa “alleanza”: si riferisce perciò al patto che unisce Dio e il suo popolo, che per noi cristiani è culminato in Cristo.
La Bibbia ebraica comprende 39 libri ed è suddivisa in tre grandi sezioni: la Torah o Legge (Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio); i Profeti anteriori (Giosuè, Giudici, 1-2 Samuele, e 1-2 Re) e posteriori (Isaia, Geremia, Ezechiele e i dodici profeti “minori”); gli Scritti (Salmi, Proverbi, Giobbe, Cantico dei Cantici, Rut, Lamentazioni, Qohelet, Ester, Daniele, Edra, Neemia, 1-2 Cronache). Di questa divisione si trova traccia nel prologo greco al libro del Siracide, che risale al 130 a.C. Ne parla Gesù stesso nel Vangelo di Luca: “Bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi” (24,44). Il canone ebraico definitivo è stato fissato da autorevoli rabbini verso la fine del I secolo dopo Cristo. I cristiani aggiungono sette libri, basandosi sulla traduzione greca dei Settanta, in uso in molte sinagoghe al tempo della prima predicazione cristiana: Tobia, Giuditta, 1 e 2 Maccabei, Sapienza, Siracide, Baruc e alcune sezioni greche di Daniele ed Ester. Tra i motivi della loro esclusione dal canone ebraico l'essere stati scritti in greco e non in ebraico.
La scelta degli ebrei di non considerare alcuni libri presenti nella traduzione dei Settanta ha creato discussioni tra i cristiani. In due sinodi della Chiesa africana, a Ippona nel 393 e a Cartagine nel 397, si ribadì il canone lungo, detto alessandrino (la traduzione dei Settanta è stata realizzata ad Alessandria d'Egitto). Lo stesso papa Damaso, in un decreto del 382, presente l'elenco dei libri biblico secondo il canone alessandrino. La ratifica definitiva è avvenuta nella Chiesa cattolica nel 1546, con il concilio di Trento, che non ha solo ribadito la tradizione più autorevole. Ciò si era reso necessario in risposta alla scelta di Lutero e della riforma protestante, che aveva di fatto adottato il canone ebraico (anche perché i cattolici citavano per la dottrina delle indulgenze 2Maccabei 12,46). Lutero, tuttavia, pur non ritenendoli ispirati, dichiarava utile la lettura dei libri aggiunti nella versione dei Settanta. I protestanti chiamano questi libri apocrifi e talvolta li mettono in appendice alle loro Bibbie; i cattolici li chiamano deuterocanonici.
Anche per il canone del Nuovo Testamento ci sono state varie discussioni tra il II e il IV secolo. Ci sono rimaste varie tracce di questo: un frammento del II-III secolo (detto muratoriano), testi di Ireneo, Papia, Eusebio, Atanasio, del concilio di Cartagine (IV secolo). La fissazione ufficiale definitiva in ambito cattolico risale al concilio di Trento. Le Chiese protestanti oggi condividono lo stesso canone, anche se Lutero aveva proposto di collocare le lettere agli Ebrei, di Giacomo, di Giuda e l'Apocalisse dopo gli altri scritti, gli unici ritenuti veri.
I criteri secondo cui sono stati scelti i libri del Nuovo Testamento sono tre: l'origine apostolica; la conformità del contenuto alla regola della fede apostolica; il loro uso nella liturgia della maggior parte delle Chiese. Riguardo all'Antico Testamento, il concilio di Trento dà due motivazioni: la certezza di fede che Gesù risorto non ha abbandonato i suoi discepoli e li ha guidati nella scelta per mezzo del suo Spirito; l'uso secolare dell'antica versione latina Vulgata, che traduce tutta la Bibbia greca dei Settanta.

 

(i seguenti testi sono tratti da: "La Domenica" periodico religioso ED. San Paolo)

LA BIBBIA, PAROLA DI DIO
Storia della nostra salvezza
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Più che indicare un solo libro, il termine Bibbia designa un insieme di libri, come significa la parola greca biblìa (“i libri” dal singolare biblìon, “libro”).
La Bibbia, perciò, è una piccola biblioteca che offre al suo lettore 73 libri, nei quali è narrata la storia della nostra salvezza. La sua importanza è dovuta al fatto che essa racchiude la Parola di Dio, alla quale il credente ispira la fede e la vita.
Due sono le grandi parti che compongono la Bibbia. La prima è chiamata Antico Testamento (o Prima alleanza), la seconda è chiamata Nuovo Testamento (o Seconda alleanza). Il termine “testamento” ha il significato di “patto” o “alleanza” e si riferisce alla particolare relazione che, nella Bibbia, intercorre tra Dio e l’uomo, tra Dio e il popolo di Israele e che verrà portata a compimento nella persona di Gesù.
La Bibbia è giunta a noi lungo un arco di tempo di molti secoli. Prima di essere stata fissata nello scritto, essa veniva tramandata a voce.
I suoi testi più antichi (come i racconti dei patriarchi, l’epopea dell’esodo dall’Egitto) hanno trovato il loro contesto originario nell’ambiente familiare e tribale, nell’ambiente di corte e del culto.
Sebbene scritta da uomini e in linguaggio umano (che va interpretato), la Bibbia è un libro ispirato da Dio, che ne è il vero autore. Per questo nelle sue pagine è racchiusa la verità che guida l’uomo alla salvezza, senza errore.
I libri biblici dell’Antico Testamento sono stati scritti nella lingua ebraica e in piccolissima parte in aramaico. Verso il III/II secolo a.C., quando gli ebrei si sono inseriti nel mondo greco, è stata fatta ad Alessandria di Egitto la traduzione della Bibbia ebraica nella lingua greca, conosciuta come la “Settanta” (dal numero convenzionale dei traduttori). Quando il cristianesimo si sviluppò nel mondo latino, venne fatta anche la traduzione della Bibbia in lingua latina, conosciuta come la “Volgata” (cioè “diffusa tra il popolo”).

 

I LIBRI DELL’ANTICO TESTAMENTO
Dio si rivela nella storia d’Israele

LA prima grande parte della Bibbia che abbiamo nelle nostre mani, è l’Antico Testamento (termine da preferire a quello desueto di “Vecchio Testamento”). Esso si compone di 46 libri, raggruppati in tre ampie sezioni: libri storici; libri sapienziali; libri profetici. 

I libri storici descrivono le vicende del popolo di Israele collocate nel contesto dell’antico Vicino Oriente e interpretate alla luce della fede in Dio e dei suoi interventi di salvezza (pensiamo solo alla liberazione dalla schiavitù egiziana operata da Dio a favore del suo popolo). Questi libri sono: Giosuè, Giudici, Rut, Primo e Secondo libro di Samuele, Primo e Secondo libro dei Re, Primo e Secondo libro delle Cronache, Esdra, Neemia, Tobia, Giuditta, Ester, Primo e Secondo libro dei Maccabei. 

I libri sapienziali (e poetici) presentano la visione del mondo e dell’uomo della Bibbia, fondata sulla Parola di Dio e sorretta dalla sua Provvidenza. Essi sono: Giobbe, Salmi, Proverbi, Qoèlet, Cantico dei cantici, Sapienza, Siràcide. P I libri profetici contengono la predicazione dei profeti, finalizzata a mantenere viva la fede del popolo di Israele e a orientare a Dio la sua esistenza. Questi libri vengono chiamati con il nome dei singoli profeti: Isaia, Geremia (comprendente anche Lamentazioni e Baruc), Ezechiele, Daniele e i Dodici profeti minori. Un particolare rilievo hanno i primi cinque libri della Bibbia, conosciuti con il nome di Pentatèuco (dal greco pente, “cinque” e tèuchos, “astuccio” che custodiva i libri o rotoli). Eccoli nel loro ordine: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio. Gli ebrei li chiamano con il nome significativo di “Legge” (in ebraico, Toràh), perché è in essi che sono contenuti gli elementi principali e fondanti della loro vita e della loro fede, delle loro istituzioni (religiose e amministrative) e del loro culto verso il vero Dio, che si è rivelato nella storia di Israele. Primo Gironi, biblista

 

I LIBRI DEL NUOVO TESTAMENTO
LA “BUONA NOTIZIA” DI GESÙ
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La seconda grande parte in cui è suddivisa la Bibbia è costituita dal Nuovo testamento. Sono 27 i libri che lo compongono e il loro contenuto verte sulla persona di Gesù e la sua predicazione (i Vangeli), come pure sulla predicazione degli apostoli (ricordiamo soprattutto le 13 Lettere di san Paolo, che ogni domenica ci vengono proclamate) e sulla vita delle prime comunità cristiane (gli Atti degli Apostoli e l’Apocalisse, che descrivono l’attività missionaria agli inizi della Chiesa, e il destino di sofferenza e di gloria riservato al cristiano e alla sua comunità di fede).
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I Vangeli ci sono giunti lungo un ampio arco di tempo che abbraccia tre tappe: la predicazione di Gesù (che non ha lasciato nulla di scritto), la predicazione degli apostoli (centrata sull’annuncio fondamentale della passione-morte-risurrezione di Gesù) e l’opera degli evangelisti, che hanno fissato nello scritto la predicazione e i miracoli di Gesù, a partire presumibilmente dall’anno 70 d.C. Sebbene il vangelo (termine greco che significa «buona notizia », da preferire a «buona novella») sia uno solo, tuttavia esso ci è giunto attraverso lo scritto di quattro evangelisti: MatteoMarco, Luca, Giovanni.
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Il Vangelo secondo Matteo presenta Gesù Cristo come il nuovo Mosè, che dona all’umanità la nuova legge del Vangelo, e vede nelle opere e nelle parole di Gesù Cristo il compimento delle promesse messianiche e delle benedizioni bibliche. Si compone di 28 capitoli e risale all’anno 80 d.C. circa.
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Il Vangelo secondo Marco lungo i 16 capitoli che lo compongono delinea l’identità di Gesù: è il Messia (o il Cristo, cioè il “Consacrato”) e il Figlio di Dio. È stato scritto dopo il 70 d.C.
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Il Vangelo secondo Luca è particolarmente attento all’universalità della salvezza offerta da Gesù e alla sua grande misericordia verso i peccatori, i poveri e i malati. La composizione dei suoi 24 capitoli risale agli anni 80/90 d.C.
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Il Vangelo secondo Giovanni è chiamato «il vangelo spirituale», a motivo dell’approfondimento delle parole, dei segni e dei simboli che caratterizzano la predicazione di Gesù. Si compone di 21 capitoli, databili verso il 90/95 d.C.
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«DISCORSO DELLA MONTAGNA»

Così viene chiamato il discorso di Gesù riportato nei capitoli 5-7 del Vangelo di Matteo. Una versione più breve si trova nel discorso della pianura di Luca 6,24-49 (30 versetti contro i 107 di Matteo). Matteo presenta Gesù come nuovo Mosè che sale sul monte e reinterpeta la Thorà, la legge data a Mosè sul monte Sinai, riconducendo ogni singolo precetto nella sua intenzione originaria e condensandoli tutti nel comandamento dell’amore, la “regola d’oro”, espressa in Matteo 7,12: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti».


IL “CANONE” DELLA BIBBIA

DALLA originaria designazione di “strumento di misura” il canone (dal greco kanòn, “asta di misurazione”) ha assunto il significato di “elenco”, “norma”. In questa accezione il canone indica la raccolta degli scritti biblici riconosciuti come ispirati da Dio e normativi per la vita e la fede degli ebrei e dei cristiani. 

Il canone degli ebrei è limitato al solo Antico Testamento, che si compone di 39 libri (gli ebrei non riconoscono il Nuovo Testamento). Poiché sette libri dell’Antico Testamento erano stati scritti in greco, le autorità religiose ebraiche non li accettarono nel loro canone.  Questi libri sono: Tobia, Giuditta, Sapienza, Siràcide, Baruc, Primo e Secondo libro dei Maccabei. La Chiesa cattolica, invece, li ha accolti chiamandoli deuterocanònici, cioè accolti in un “secondo” (in greco, dèuteros) “canone” (in greco, kanòn) e così i libri dell’Antico Testamento nella Bibbia dei cattolici sono 46.

Il canone dei cristiani oltre ai 46 libri dell'Antico Testamento, comprende anche i 27 libri del Nuovo testamento. La fissazione del canone dei libri del Nuovo Testamento non fu facile, perché alcuni libri (come la Lettera di Giacomo, la Prima Lettera di Pietro, la Seconda Lettera di Giovanni) non compaiono nei primi elenchi dei libri accolti dalla Chiesa. L’elenco ufficiale e definitivo dei libri canonici sia dell’Antico Testamento (46 libri) sia del Nuovo Testamento (27 libri) fu stabilito dal Concilio di Trento (1546), che ne fissò il numero, il nome e l’ordine. Le chiese protestanti accolgono invece il canone degli ebrei per l’Antico Testamento (39 libri) e chiamano i sette libri deuterocanònici (che non riconoscono) con il nome di “apòcrifi” (cioè libri da tenere “nascosti” e da non leggere in pubblico).

 

GLI SCRITTI “APOCRIFI”

ACCANTO ai libri biblici riconosciuti dalla Chiesa è sorta anche una vasta letteratura composta da scritti che si ispirano sia all’Antico sia al Nuovo Testamento. Si tratta di testi caratterizzati da un contenuto che spesso cede all’elemento fantasioso e miracolistico o che delineano il ritratto di personaggi biblici piegandoli a una interpretazione distorta e con modalità diverse da quelle dei testi ispirati e canonici (cioè accolti nel “canone” o “elenco” dei libri riconosciuti e accolti dalla Chiesa).

Proprio per queste loro caratteristiche, essi sono stati chiamati apòcrifi, cioè “libri da leggere di nascosto” (dal greco apòkryphos, “nascosto, segreto”). Pur riconoscendo i limiti e gli errori (anche dottrinali) dei testi apocrifi, va però riconosciuta la loro preziosità nel favorire una migliore comprensione del mondo della Bibbia e dell’archeologia biblica.

La letteratura apocrifa si è sviluppata dal II secolo a.C. al V secolo d.C. Tra i tanti testi apòcrifi dell’Antico Testamento possiamo ricordare: Il libro di Enoch, che si ispira a questo famoso personaggio biblico (Cfr Gen 5,21-24). Il testamento dei Dodici Patriarchi, che presenta i dodici figli di Giacobbe ed elenca le disposizioni (“testamento”) date ai loro discendenti. Il libro dei Giubilei, nel quale è narrata la storia biblica dalla creazione all’esodo, suddividendola in “giubilei”, cioè in periodi di 50 anni. Tra gli apòcrifi del Nuovo Testamento (che si suddividono in Vangeli, Atti, Lettere e Apocalisse) possiamo ricordare come esemplificazione:

Il Vangelo di Tommaso, testo che si ispira allo gnosticismo e utile per comprendere la formazione dei Vangeli. Fu scoperto nel 1945 in Egitto.

Il Protovangelo di Giacomo, che si sofferma maggiormente sull’infanzia di Gesù, sulla famiglia di Maria, sulla sua nascita da Gioacchino e Anna e il suo matrimonio con Giuseppe.

La Lettera ai Laodicèsi, testo molto breve, che si ispira alle Lettere di san Paolo (Cfr Col 4,16).

Le Lettere di Paolo e Sèneca, contengono lo scambio epistolare (non autentico) tra il grande Apostolo e il famoso filosofo latino. 

Secondo l’apocrifo Il Protovangelo di Giacomo, Maria venne presentata al Tempio all’età di tre anni.

 

ALLEGORIA

QUESTO termine di origine greca (allos, “altro”, agorèuo, “dire”) racchiude quel modo di interpretazione della Bibbia che era adottato dai Padri della Chiesa (cioè i grandi scrittori e commentatori della Bibbia dei primi secoli cristiani) e conosciuto come lettura allegorica.
Ricercare un “altro” significato di un testo biblico significava aprirsi a un “altro” registro (o modo) di lettura, un registro più  profondo, più spirituale, capace di illuminare e orientare la vita e la fede del credente. Ma soprattutto la lettura allegorica della Bibbia trovava la sua motivazione di fronte a quei testi che presentavano maggiori difficoltà di comprensione o contenevanoepisodi e azioni che potevano sembrare a prima vista poco “edificanti” (pensiamo alla “guerra santa” o all’ordine divino di sterminare i nemici sconfitti o a comportamenti non sempre esemplari sotto l’aspetto morale). Alla lettura allegorica della Bibbia (il cui esponente principale fu Origène [185-254]) si contrapponeva la lettura letterale dei testi biblici, che venivano interpretati nel loro significato immediato. Anche gli ebrei conoscevano la lettura allegorica, che però applicavano al solo libro del Cantico dei cantici, interpretandolo come un canto d’amore di Dio (“lo sposo”) per il suo popolo Israele (“la sposa”). I commentatori cristianiinvece ne facevano un’ampia applicazione interpretando tutto l’Antico Testamento come “figura” o “tipo” o “anticipazione” del Nuovo Testamento (ad esempio Mosè e Gesù, le acque del Mar Rosso e l’acqua del Battesimo). Ma era nell’interpretazione delle parabole evangeliche che appariva con più evidenza la lettura allegorica,come nell’interpretazione della parabola del buon Samaritano (Lc 10,29-37), dove il ferito è l’umanità colpita dal peccato, il buon Samaritano è Gesù salvatore, l’olio e il vino sono i sacramenti della Chiesa e l’albergo è la Chiesa.

“LE DIECI PAROLE”

A differenza di noi, che fin dagli anni del catechismo siamo abituati a chiamare con il nome di “dieci comandamenti” la legge donata da Dio al suo popolo per mezzo di Mosè, la Bibbia preferisce l’espressione “le dieci parole”, come significa originariamente la parola decalogo (dal greco dèka, “dieci”, e lògos, “parola”). La Bibbia contiene due versioni del decalogo. La prima è racchiusa in Esodo 20,1-17 ed è collocata nel contesto della manifestazione di Dio a Mosè sul monte Sinai. La seconda è contenuta in Deuteronomio 5,6-21, inserita nel contesto delle esortazioni rivolte al popolo di Israele, perché “ascolti” e “custodisca” la Parola di Dio. Queste due versioni si differenziano nelle motivazioni che danno ai diversi comandamenti. Ad esempio, il comandamento che esorta all’osservanza del riposo nel giorno di Sabato (per noi cristiani, la Domenica) nel libro dell’Esodo richiama il settimo giorno, quando Dio stesso «si riposò», dopo aver «lavorato per sei giorni» (Cfr Es 20,8-11). Nel libro del Deuteronomio, invece, il Sabato è presentato come il giorno di riposo e di festa, perché ricorda la liberazione di Israele dalla schiavitù egiziana (Cfr Dt 5,12-15). Nel libro dell’Esodo il comandamento che prescrive di «non desiderare la donna del tuo prossimo» colloca la donna tra i beni che l’uomo possiede (Cfr Es 20,7), dove prima viene «la casa», mentre la donna è collocata accanto agli schiavi e agli animali domestici). Nel libro del Deuteronomio, invece, la donna è posta in primo piano, superiore ad ogni altro bene materiale che l’uomo può possedere (Cfr Dt 5,21). Nella Bibbia si trova un interessante parallelismo tra le “dieci parole” che Dio pronuncia nell’opera della creazione (Cfr Gen 1, dove per dieci volte appare l’espressione «Dio disse») e le “dieci parole” (o comandamenti) che regolano la vita dell’uomo. Il significato è che tutto il creato e tutto l’uomo sono opera delle mani creatrici di Dio e hanno vita dalla sua Parola. Giustamente perciò l’orante dei Salmi esprime la sua gioia nel cantare a Dio «con l’arpa a dieci corde» (Sal 144,9), immagine del decalogo che contiene le “dieci parole” che lo orientano a Dio.
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IL CUORE NELLA BIBBIA
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«TU amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore» (Dt 6,5). Nella Bibbia l’invito ad amare il Signore coinvolge sempre il “cuore” dell’uomo. Infatti, mentre per noi il cuore indica il “luogo” dei sentimenti e dell’affetto, nella concezione biblica designa invece tutto l’uomo, la sua volontà e coscienza, la sua capacità di scegliere e di decidere tra il bene e il male.
Nel cuore è quindi il centro della persona, da cui si diffondono il bene e il male. Per questo Gesù può dire ai suoi contemporanei che il male non viene dal di fuori dell’uomo, ma ha le sue vere origini nell’uomo stesso, nelle sue scelte, nel suo stile di vita, cioè nel suo “cuore”: «Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri… invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo» (Marco 7,21-23; Cfr anche Matteo 15,10-20).Nel “cuore” dell'uomo quindi culmina l’opera educatrice di Dio che, partendo dalle molte norme esteriori, è ora finalmente arrivata, con la parola di Gesù, al suo centro, alla sua interiorità, al suo “cuore”.Un atteggiamento dell’uomo particolarmente disapprovato dalla Bibbia è la “durezza di cuore”: «Non indurite il cuore come a Merìba » (Sal 95,8), «Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli » (Mt 19,8).La “durezza di cuore” è chiamata nel Vangelo con il vocabolo greco sklerokardìa(letteralmente: “sclerosi del cuore”). Il termine skleròtes (“sclerosi”) indica l’indurimento o la chiusura delle arterie, per cui il sangue non fluisce con facilità nel nostro organismo, con grave rischio per la salute. Così è dell’uomo nel cui cuore non fluisce più la Parola di Dio. Non più alimentato da questo flusso vitale, l’uomo rischia il fallimento totale di se stesso.Si rende allora necessaria una profonda conversione, che il Salmista invoca con umiltà («Crea in me, o Dio, un cuore puro»; Sal 51,12) e che Gesù chiama “purezza di cuore”, alla quale è promessa la beatitudine della visione di Dio («Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio»; Mt 5,8).
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I “SACRIFICI” NELLA BIBBIA
Ricerca di comunione con Dio

CON i sacrifici, che comprendevano l’offerta di animali e di vegetali, il popolo di Israele esprimeva la ricerca di comunione o di unione con il suo Dio, che si era rivelato come il Dio dell’Alleanza. I capitoli 1-7 del libro del Levitico ci offrono una descrizione del rituale che li accompagnava. Il Levitico è il libro che più di tutti si interessa al culto, ai sacrifici e ai sacerdoti (il nome deriva da Levi, capostipite della tribù sacerdotale e dei leviti). Ecco i principali sacrifici che troviamo nella Bibbia: Olocausto: è il sacrificio nel quale la vittima viene totalmente consumata dal fuoco (dal greco òlos, “tutto” e kaustòs, “bruciato”). Oblazione: è l’offerta dei prodotti del suolo (vegetali e cereali), come la farina e le spighe di grano, le verdure e l’olio. Sacrifici di comunione: mediante questi si rendeva visibile la comunione dell’uomo con Dio, perché la vittima in parte veniva offerta a Dio e in parte era consumata dai fedeli. Erano chiamati anche “sacrifici pacifici” (in ebraico shelamìm, da shalòm, “pace”). Sacrifici di espiazione e di riparazione: erano quelli offerti per i peccati. Importante erano quelli offerti nel “Grande giorno dell’Espiazione” (lo Yòm Kippùr), come leggiamo in Lv 16. Nel tempio di Gerusalemme era in vigore l’offerta quotidiana (chiamata tamìd, “regolare”) dell’olocausto (abitualmente un agnello) e dell’incenso, al mattino e alla sera (Cfr Lc 1,9). L’offerta dei sacrifici era inserita in un rito e veniva accompagnata da preghiere e canti, come appare nei Salmi 15; 18,3-6; 42; 95; 118. Gli ebrei indicavano l’offerta presentata a Dio nel tempio con il termine qorbàn (dal verbo qaràb, “avvicinarsi”, “essere vicino”: Cfr Mc 7,11). Avvicinandosi con la propria offerta al tempio, l’uomo avvicinava se stesso a Dio, realizzando le parole di Sal 73,28; «Il mio bene è stare vicino a Dio».
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LA “GIUSTIZIA” NELLA BIBBIA
In rapporto all’uomo e in rapporto a Dio

NELLA Bibbia il termine “giustizia” appare in contesti diversi fra loro e con sfumature che ne indicano di volta in volta il significato. Fondamentalmente la giustizia esprime il rapporto che lega l’uomo a Dio (Cfr Gen 15,6: “[Abramo] credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia”). Ma indica pure il rapporto che lega l’uomo al suo prossimo (come leggiamo nei libri profetici). Riferito all’uomo, il termine “giustizia” indica il compimento della volontà di Dio, l’ascolto della sua parola, come è detto nei Vangeli nei confronti di Giuseppe, lo sposo di Maria: «Giuseppe… era uomo giusto» (Mt 1,19). In questa luce va interpretato anche un testo del profeta Abacuc, che ispirerà l’apostolo Paolo nella sua dottrina sulla giustificazione: «Il giusto vivrà per la sua fede » (Ab 2,4; Cfr Rm 1,17). Riferita a Dio la “giustizia” indica il suo intervento sul mondo e sull’uomo, quando vengono calpestati i diritti dei più poveri e delle categorie più deboli. L’implorazione a Dio “giusto giudice” esprime il desiderio che sia “ristabilita la giustizia”, che l’uomo ha infranto con il suo peccato: «Alzati, giudice della terra, rendi ai superbi quello che si meritano!» (Sal 94,1-2). Di fronte all’azione disgregatrice del peccato e all’opera ricostruttrice di Dio che fa nuova ogni cosa, giustamente afferma l’apostolo Pietro: «Noi aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova nei quali abita la giustizia» (2Pt 3,13). “Giustizia” è la parola che nella predicazione dei profeti (come Isaia, Amos, Michea) più significativamente esprime gli atteggiamenti dell’uomo chiamato alla solidarietà responsabile e alla condivisione fraterna verso chi, nella società di ogni tempo, è emarginato, debole, prigioniero, indifeso e straniero. Giustizia è «sciogliere le catene inique», «dividere il pane con l’affamato», «introdurre in casa i miseri, senza tetto» (Cfr Is 58,6-12; Mi 3,9-12 e anche Mt 25,31-46). È qui che trova il suo contesto la beatitudine che Gesù dichiara nei confronti di chi fa propri questi atteggiamenti: «Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia » (Mt 5,6).
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LA "SAPIENZA" NELLA BIBBIA
Dell’agire di Dio e dell’agire dell’uomo

PRESSO gli antichi popoli la sapienza era l’insieme delle norme che regolavano l’universo, come erano state stabilite dalla divinità. Solo in seguito divenne il termine per indicare le capacità di buon governo e di saggia amministrazione dei re e dei funzionari di corte. Nella tradizione biblica il re Salomone (“il pacifico”) è stato sempre considerato il modello del re sapiente, fino ad attribuirgli quella che è stata chiamata la “corrente sapienziale”, che ha permeato tutto l’antico mondo orientale. A questa corrente, nella Bibbia si ispirano i cosiddetti “libri sapienziali”, che costituiscono una delle tre grandi parti in cui è suddiviso l’Antico Testamento. Essi sono: Giobbe, Salmi, Proverbi, Qoèlet, Cantico dei Cantici, Sapienza, Siràcide. Riferito all’uomo, in questi testi il termine “sapienza” può essere inteso come la dimensione spirituale, interiore dell’esistenza, quella cioè che noi chiamiamo dimensione religiosa. Alla sua luce l’uomo comprende se stesso, gli avvenimenti, le stesse necessità del suo vivere e i rapporti con il prossimo. La sapienza è la capacità di riferire tutto a Dio e alla sua Parola, più che esprimere l’intelligenza o le molte doti dell’uomo. Essa perciò diventa l’elemento che distingue un uomo dall’altro. Nei libri sapienziali l’uomo sapiente (o saggio) è chiamato “giusto”, l’uomo non sapiente (o stolto) è chiamato “empio” (Cfr Sap 3,1-2). Il primo colloca Dio al centro della propria esistenza, il secondo vive come se Dio non esistesse. Riferita a Dio, la sapienza è uno dei modi in cui egli rivela se stesso, accanto alla Parola e alla Legge. In questo senso essa viene anche personificata: «Il Signore mi ha creato come inizio della sua attività… Dall’eternità sono stata formata, fin dal principio, dagli inizi della terra » (Pr 8,22-23; Cfr anche Sir 24; Bar 3,9-4,4). È per questo che il Nuovo Testamento applica a Gesù, rivelatore definitivo del Padre, questo stesso termine, quando viene chiamato «Sapienza di Dio» (1Cor 1,24) e “Verbo di Dio” (Cfr Gv 1,1-14).
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I “NUMERI”
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OLTRE al valore quantitativo di unità di misura, nella Bibbia i numeri esprimono più frequentemente un valore qualitativo, che dà loro un particolare significato simbolico. Questa precisazione è necessaria, per evitare di cadere in una lettura fondamentalista della Bibbia, limitata cioè al solo significato letterale dei numeri. Il primo numero dal ricco simbolismo è il sette. In esso è racchiusa l’idea di ciò che è perfetto, compiuto, poiché evoca il compimento della creazione e il riposo della festa (“al settimo giorno” Dio si riposò; Cfr Gen 2,2-3). Il quattro è il numero che allude all’universalità e che racchiude tutta la realtà creata: «i quattro angoli della terra» (Ap 7,1) significano tutta la superficie della terra (indicata attraverso i quattro punti cardinali). Il numero sei simboleggia tutto ciò che è imperfetto, incompiuto e negativo. È il numero dei sei giorni lavorativi, che raggiungono il loro compimento nel “riposo” del settimo giorno. A questo significato di incompiutezza alludono pure le espressioni: «un tempo, più tempi e la metà di un tempo» (Dn 7,25), oppure «un tempo, due tempi e la metà di un tempo» (Ap 12,24). Al numero dodici è attribuito il simbolismo della totalità perfetta, come appare nella designazione delle 12 tribù di Israele e dei 12 apostoli. È anche simbolo di abbondanza: pensiamo alle 12 ceste di pane avanzate dopo il miracolo della moltiplicazione (Mc 6,43). Il quadrato di dodici (12x12) moltiplicato per 1000 (simbolo di universalità) è all’origine del numero 144.000, che nell’Apocalisse indica l’universalità della salvezza e non un numero determinato (Cfr Ap 7,4). Nel numero quaranta sono simboleggiati gli anni di una generazione, ma anche la durata di un periodo di prova (i 40 anni di Israele nel deserto) o di preparazione alla missione (i 40 giorni di Gesù sottoposto alla tentazione). Presso gli ebrei i numeri vengono indicati anche dalle 22 lettere del loro alfabeto. Ad esempio il numero 666 riportato in Ap 13,18 corrisponderebbe alle parole “Cesare Nerone”, l’imperatore romano persecutore dei cristiani. Sant’Agostino amava dire che con le sacre Scritture «Dio non voleva fare dei matematici, ma dei cristiani».

“Tre” numero perfetto: tre le parti in cui si divide la terra. L’oriente occupa il posto superiore, con Gerusalemme al centro, poiché è di là che viene la luce.
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APOCALISSE
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CARATTERIZZATO dal ricorso alle visioni e ai simboli, alle immagini e ai fenomeni naturali, il linguaggio dell’apocalittica (da cui deriva il termine “apocalisse”), si è sviluppato nell’ambiente ebraico – e in seguito in quello cristiano – fra il III secolo a.C. e il II secolo d.C. Nella sua origine greca, il termine apokàlypsis (“apocalisse”) significa “rivelazione”, “svelamento”, “manifestazione”. Con il linguaggio apocalittico, particolarmente usato nei momenti più drammatici della storia del popolo biblico e delle prime comunità cristiane perseguitate, ci si proponeva infatti di “rivelare” le parole confortatrici rivolte da Dio ai suoi fedeli e di rassicurarli che il suo intervento avrebbe riportato la vittoria del bene sulle forze del male. Il ricorso a questo linguaggio “cifrato”, particolarmente presente nei libri profetici della Bibbia e in diversi scritti del Nuovo Testamento (pensiamo solo al libro dell’Apocalisse), era motivato dal fatto che chi scriveva voleva evitare ogni riferimento diretto ai personaggi e alle vicende narrate, per non rischiare di esporre maggiormente al pericolo la vita delle singole persone e delle comunità coinvolte. I simboli e le immagini più frequenti nella letteratura apocalittica si ispirano al mondo dell’uomo (le parti del suo corpo, le vesti, il sangue, le armi) e al mondo degli animali (descritti ora come immagini di feroce violenza, ora come rappresentazione dei persecutori e dei nemici, o come strumenti di punizione per l’uomo: Vedi il libro di Daniele e l’Apocalisse). Come pure si ispirano al simbolismo dei colori (il bianco, il rosso, la luce, le tenebre, il buio) e ai fenomeni atmosferici e naturali (il fuoco, la tempesta, il terremoto, il fumo, i fulmini, il mutamento degli astri, del sole e della luna). Nel leggere la Bibbia occorre saper “decifrare” questo linguaggio, per non correre il rischio di interpretare le immagini e i simboli alla lettera e così trasformare il messaggio di consolazione e di vittoria che essi trasmettono in una visione catastrofica del mondo e della storia. È ciò che il termine “apocalisse” non intende dire, anche se oggi questo è il significato che erroneamente e senza fondamento si è maggiormente diffuso.

DESERTO
Luogo dell’elezione e della tentazione
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DESCRITTA nei libri della Bibbia come «la terra in cui scorrono latte e miele» (Es 3,8), la Palestina è in realtà una regione arida, che la rende simile al deserto. Non si tratta, certo, del deserto come lo intendiamo noi oggi (una estensione sabbiosa, ondulata da dune), ma come terreno pietroso, dove però possono spuntare radici erbose, possono vivere animali ed è possibile fissare gli accampamenti dei nomadi. A motivo di questa varietà di terreno, la lingua ebraica conosce una serie di termini per indicare il deserto: midbàr è il “terreno sassoso”, sjàh è il “terreno roccioso”, arabàh è il “terreno incolto e senza vita” (come la regione del mar Morto, chiamata proprio “Araba” in Ez 47,8). Nella Bibbia, tuttavia, affiora più frequentemente il valore simbolico del deserto. Questo luogo “geografico” si trasforma allora in luogo “dello spirito”. Il deserto diventa, così, il luogo della prova e della tentazione (come per il popolo di Israele, che vi dimora per 40 anni «per essere messo alla prova» (Dt 8,2) e per Gesù, che vi rimane 40 giorni «tentato da Satana» (Mc 1,13), il luogo della ribellione e della sfiducia nei confronti di Dio (come nelle vicende presso le località di Massa [= “Prova”]e Merìba [= “Ribellione”]: Cfr Es 17,1-7). Ma è anche il luogo dell’elezione di Israele a popolo di Dio e il luogo dove questo popolo sperimenta la tenerezza di Dio, simile a quella dello sposo per la sposa: «Ecco, io la sedurrò, la condurrò nel deserto, le parlerò al cuore» (Os 2,16; Cfr Os 11,1-6). L’uomo della Bibbia sa che il deserto è il luogo della sete, dell’abbandono, della solitudine e della morte. Sa anche che è il luogo del castigo per le sue infedeltà a Dio, che provocheranno l’esilio a Babilonia, come leggiamo nei libri dei Profeti. Solo l’intervento di Dio può ridare vita al deserto, vincendo l’aridità del suo suolo, fino a renderlo simile alle regioni più fertili della Palestina, come la pianura di Izreèl (“Dio ha seminato”), come il monte Carmelo (“il frutteto”) e come il Libano, ricco di sorgenti e di splendidi cedri. Ecco come Dio trasformerà il deserto per il suo popolo che lo attraverserà ritornando dall’esilio e per il suo fedele che sperimenta il deserto del peccato.

CONVERSIONE
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I TESTI biblici esprimono il richiamo alla conversione attraverso due modalità. La prima è quella del “ritornare a Dio”, espressa con il verbo ebraico shuv (“ritornare”) e che ancora oggi gli ebrei chiamano teshuvàh (“conversione”). Si tratta di un mutamento radicale di tutta l’esistenza, quasi di una “inversione di rotta”, resa visibile dall’esortazione a “raddrizzare i sentieri” (Mc 1,3; Is 40,3-4).
La seconda è quella del “cambiamento di mentalità”. Essa viene espressa con il verbo greco metanoèin (“cambiare la mente”), che ha dato origine al termine “metànoia” (con cui anche noi oggi chiamiamo la conversione). Si tratta di una trasformazione del modo di pensare, di valutare e anche di agire, che la filosofia greca, cui si ispira questo verbo, colloca nel noùs (“la mente”).
Nei testi dell’Antico Testamento il richiamo alla conversione (soprattutto nella predicazione dei Profeti) è rivolto al popolo di Israele perché si corregga delle molte infedeltà all’alleanza stretta con il suo Dio. All’orizzonte di questo richiamo si intravede una drammatica minaccia: se Israele non «ritorna al suo Dio», verrà sradicato dalla terra che gli è stata data in dono e subirà il castigo dell’esilio.
Nei testi del Nuovo Testamento (soprattutto nei Vangeli) la conversione riguarda particolarmente il rinnovamento interiore  dell’uomo, la purezza del suo cuore (inteso come fonte del bene o del male), l’adesione piena alla Parola di Gesù, la volontà di mettersi alla sua sequela, come
attenti discepoli. Gesù non minaccia chi non si converte, ma constata con dolore la sua esclusione dal Regno di Dio da lui annunciato (cioè dalla salvezza).
I segni della conversione nell’AT sono gli stessi della penitenza: stracciarsi le vesti e vestirsi di sacco (un tessuto ruvido e fastidioso), cospargersi di cenere e astenersi dai profumi, piangere e digiunare (Cfr il libro di Giona). È tanto grande l’amore di Dio per l’uomo che Egli stesso non esita a “convertirsi” (Cfr Gioele 2,14; Giona 3,9), per evitare alla sua creatura di correre il rischio del fallimento totale, cui conduce il peccato (è il significato del verbo “perdere” o “andare perduti”, tanto
frequente nei Vangeli).
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L’INNO DEL “GLORIA A DIO”
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PROCLAMANDO nella liturgia festiva il Gloria a Dio, l’assemblea rende lode alla SS.ma Trinità attraverso una serie di testi della sacra Scrittura. L’esordio è tratto dal canto natalizio degli angeli ai pastori che vegliavano il gregge: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama» (Lc 2,14). La «pace sulla terra» si coniuga con la dinamica del Regno messianico (Lc 19,38), preannunciato dai profeti (Is 9,5-7; Mi 5,4). Segue una serie di verbi che hanno come soggetto la comunità che loda, benedice, adora, glorifica e rende grazie al Signore Dio, «Re del cielo» e «Padre onnipotente ». La regalità celeste richiama la confessione di fede di Tobia (Tb 1,1; 13,9) e di Daniele (Dn 4,34). Dopo aver lodato il Padre (Cfr Mt 11,25-27), si passa a contemplare il Figlio “unigenito” (Cfr Gv 3,16). La presentazione del Cristo salvatore è caratterizzata da un vocabolario giovanneo: egli è l’unigenito (Gv 1,14.18; 1Gv 4,9) ed è designato dal Battista come «l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo » (Gv 1,29.36). In rapida successione si allude al mistero pasquale di Gesù e alla sua ascensione alla destra del Padre (Mc 16,19; Cfr Salmo 110,1). L’inno del “Gloria a Dio” termina con la dossologia trinitaria, nella quale si uniscono il Figlio e lo Spirito Santo alla gloria del Padre, compimento della storia e sorgente della vita senza fine (Ap 15,4; Atti 7,48; Cfr Is 66,1-2). Il “Gloria a Dio” è davvero un canto da meditare e da vivere.
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LA LEGGE DI DIO / LA TORÀH
Luce nella vita dell’uomo
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NELLA Bibbia il termine “legge” è senza dubbio uno dei più ricorrenti. È anche un termine ricco di significati che dalla raccolta di norme e prescrizioni si estende ai comandi e agli insegnamenti, ai precetti e ai comandamenti, ai decreti e alle sentenze (tutti termini sinonimi di legge). Le tre “raccolte di leggi” che troviamo nella Bibbia regolano i diversi ambiti della vita del popolo di Israele. Il “codice dell’alleanza” è racchiuso in Es 20,22-23,19 e contiene le norme da osservare per mantenersi fedeli all’alleanza stretta con Dio. Il “codice deuteronomico” (chiamato così dal libro del Deuteronomio: Cfr 12,1-26, 15) si propone esso pure di mantenere Israele nella fedeltà all’alleanza. Entrambe queste raccolte risentono della legislazione dei popoli orientali antichi (come attesta il codice di Hammurabi, risalente al secolo XVIII a.C.). La “legge di santità” racchiude invece le norme riguardanti il culto, comprese nei capitoli 17-26 del libro del Levitico, con lo scopo di dichiarare l’assoluta santità di Dio e la purificazione dell’uomo che a lui si vuole accostare. Nelle Lettere di san Paolo queste tre raccolte (che egli chiama “la Legge”) vengono superate dalla Parola e dalla Pasqua di Gesù. Ma per gli ebrei la Legge è soprattutto l’insieme dei primi cinque libri della Bibbia, che essi chiamano Toràh (cioè “la Legge”) e da noi conosciuti come Pentateuco (dal greco pente, “cinque” e tèuchos, “astuccio per conservare i libri”). La tradizione religiosa ebraica li attribuisce direttamente a Mosè, perché in essi si trova tutto ciò che regola la vita e fonda la fede di Israele. Nel Salmo 119, conosciuto come “il canto della Legge”, la Legge è cantata come luce, lampada e splendore per l’uomo. Nella interpretazione cristiana del Salmo, al termine Legge si può sostituire il nome stesso di Cristo, “la Luce vera”, come proclama Gv 1,17: «La Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo». Mentre gli ebrei codificarono le leggi in 613 comandamenti (365 proibitivi e 248 positivi), Gesù le riconduce a un unico comandamento: l’amore di Dio e del prossimo (Cfr Mc 12,29-31).
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ALLELUIA: “LODATE IL SIGNORE”
CANTO DI PREGHIERA NELLA BIBBIA

INSIEME con le parole Amen (“è vero”, “credo”) e Osanna («donaci [o Dio] salvezza!»), il termine Alleluia è quello di origine ebraica che con più frequenza è ancora sulle nostre labbra e risuona nel canto durante le nostre celebrazioni. Nella sua origine ebraica, questo termine deriva dal verbo halàl, che significa “lodare”, e dal nome di Dio Yah, che è una abbreviazione di Yahwèh, “il Signore”. Il significato di Alleluia è quindi: «Lodate (in ebraico, allelù) il Signore (in ebraico, Yah)». È soprattutto il libro dei Salmi quello che, nella Bibbia, contiene maggiormente l’invito ai fedeli in preghiera a lodare il Signore con il canto dell’Alleluia. Questo spiega perché normalmente, (non in Quaresima), nella celebrazione eucaristica, ancora oggi l’Alleluia è inserito nel contesto del Salmo responsoriale, come canto di risposta alla Parola di Dio ascoltata e come lode di ringraziamento per il dono del Vangelo di Gesù Cristo, che verrà subito proclamato. Nel libro dei Salmi, inoltre va ricordato che alcune composizioni sono conosciute come Salmi alleluiatici (Sal 104-106; Sal 147-150: tutti contengono il canto festoso dell’Alleluia). Sono chiamate piccolo Hallel (= “lode”) le composizioni racchiuse nei Salmi 113-118, mentre il Salmo 136 è conosciuto come grande Hallel. Questi Salmi venivano cantati nelle grandi feste di Pasqua, di Pentecoste e delle Capanne: il loro contenuto, infatti, è una intensa lode al Signore per i grandi benefici concessi a Israele e per i suoi decisivi interventi nella storia della salvezza. Sono gli stessi Salmi cantati da Gesù e dai discepoli dopo la Cena pasquale, come un unico grande inno: «Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi» (Mt 26,30). Nel libro dell’Apocalisse, con il canto dell’Alleluia la comunità cristiana esprime la gioia di essere salvata e riconferma la sua fede nel Risorto con il suo corale Amen (Cfr Ap 19,1-8).
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“PURO” E “IMPURO” nella tradizione biblica

GLI ebrei, come gli antichi popoli orientali, consideravano “puro” tutto ciò che appartiene all’ambito del sacro e favorisce il culto a Dio. Ritenevano invece “impuro” tutto ciò che si oppone al sacro ed è di ostacolo al culto. Una simile distinzione non riguardava però la sfera morale della persona, ma solo le condizioni necessarie per essere ritenuti idonei o no al culto e per essere inseriti nella vita della comunità (un lebbroso ne era escluso). Nel libro del Levitico (il libro della Bibbia che si interessa alla vita religiosa del popolo di Israele), troviamo un’ampia sezione, racchiusa nei capitoli 11-15, interamente dedicata alla distinzione tra ciò che è puro e ciò che è impuro (noi diremmo, oggi, tra sacro e profano). In questa sezione viene presentata la distinzione tra animali puri (di cui ci si può cibare, come pecore, vitelli, agnelli) e animali impuri (di cui è proibito cibarsi, come il cammello e il maiale) e viene considerata come fonte di contaminazione (o impurità) la sfera legata al parto, alla nascita, alla morte, alle relazioni sessuali e alla malattia (in particolare la lebbra). Chi era incorso nell’impurità originata da una di queste condizioni, prima di dedicarsi al culto, doveva sottoporsi a particolari riti di purificazione (come lavarsi in acqua corrente e offrire un sacrificio di espiazione). Al tempo di Gesù era ancora in vigore la distinzione tra puro e impuro, sostenuta dal gruppo dei farisei. Ma Gesù insegna a dare il primato alla purezza interiore, che ha il suo centro nel cuore dell’uomo, da dove può uscire ciò che veramente contamina la sua esistenza (Cfr Mt 15,10-20; Mc 7,14-23). Anche la prima comunità cristiana, sull’esempio di Gesù, ha privilegiato la purezza interiore e morale.
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L’«ALLEANZA» CON DIO
IL CUORE DEL MESSAGGIO BIBLICO
L’ARCOBALENO è il segno dell’alleanza di Dio con Noè, dopo il diluvio (GEN 9,13)
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OLTRE a essere una delle parole più frequenti della Bibbia (vi compare 287 volte), l’alleanza è il cuore del messaggio biblico. Con il termine berìt – come è chiamato in ebraico l’alleanza – si vuole esprimere lo stretto legame che unisce l’uomo a Dio. Più in particolare il rapporto che lega Dio al popolo di Israele, che egli ha liberato dalla schiavitù egiziana e ha scelto come “suo popolo”. L’alleanza ritma le tappe più significative della storia biblica. Quella che Dio stringe con Abramo ha come segno la circoncisione (che diverrà il segno dell’appartenenza al popolo di Israele: Gen 15; 17). Quella stretta con Noè dopo il diluvio universale avviene sotto il segno dell’arcobaleno (simbolo della pace e dell’armonia ritrovate dal creato: Gen 9,12-17). L’alleanza con Mosè al monte Sinai (Es 19) si estende a tutto il popolo di Israele e ha come segno il dono della Legge (sintetizzata nel “Decalogo”: Es 20,1-17) e il dono del Sabato, che Israele si impegna a osservare con assoluta fedeltà (Es 20,8-11; 31,16-17). Sotto il profilo storico, l’alleanza biblica sembra rispecchiare i trattati di alleanza che si stipulavano, presso gli antichi popoli orientali. In questi trattati il re presenta se stesso e i benefici concessi (o che concederà) al suo alleato. Elenca poi le clausole da osservare e le benedizioni o le maledizioni che seguiranno alla fedeltà o alla violazione dell’alleanza. Infine dispone che il trattato sia collocato nel tempio e letto periodicamente. È quanto avviene nell’alleanza biblica. Dio si presenta a Israele come il vero Dio che lo ha liberato dalla schiavitù egiziana e lo invita a osservare la legge che gli ha dato al monte Sinai, come sorgente di libertà e di benedizione. Se il popolo trasgredisce questa legge, verrà sradicato dalla sua terra e condotto in esilio. Sotto il profilo spirituale, l’alleanza esprime il cammino interiore di Israele che viene condotto, tramite i profeti, a una “alleanza nuova” (Ger 31,31-34), che culminerà in quella definitiva ed “eterna” operata dalla Croce e dalla Pasqua di Gesù (Lc 22,19-20; 1Cor 11,25; 2Cor 3,6; Eb 8,6-13; 9,15-28).
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IL «DEUTERONOMIO»
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«DEUTERONOMIO» è il titolo del libro che conclude la raccolta dei primi cinque libri della Bibbia, quelli che contengono gli elementi fondanti della vita e della fede del popolo di Israele: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio. Il termine Deuteronomio è di origine greca e significa “seconda” (dèuteros) “legge” (nòmos). Troviamo questo termine all’interno dello stesso libro del Deuteronomio (17,18), dove il re, per saper guidare il popolo alla luce della Legge di Dio, viene invitato a «scrivere una copia di questa legge» o «una seconda legge» (in greco, deuteronòmion). Quando venne tradotta la Bibbia dall’ebraico in greco, il termine greco deuteronòmion fu scelto come titolo di questo libro biblico. Nella Bibbia ebraica, invece, il libro del Deuteronomio è chiamato con le sue parole iniziali. Infatti è intitolato “Le parole” (in ebraico, Debarìm), perché è composto da una serie di discorsi (o parole) che Mosè rivolge al popolo di Israele. Gli ebrei, infatti, indicano i primi cinque libri della Bibbia (ricordàti sopra) con le loro parole iniziali. Ad esempio, il libro della Genesi è chiamato con le prime parole, Bereshìt, «In principio » e per questo anche il libro del Deuteronomio è chiamato Debarìm, “Le parole”. In corrispondenza alle parole che questo libro contiene, al lettore di ogni tempo è chiesta una intensa capacità di “ascolto”, che coinvolge «tutto il cuore, tutta l’anima, tutte le forze», come si esprime la preghiera dello Shemà Israèl («Ascolta o Israele») racchiusa tra le righe del capitolo 6 del Deuteronomio (vedi 6,4-9). Anche Gesù ha tenuto tra le mani il rotolo (o libro) del Deuteronomio e, ascoltando le incisive parole di Mosè, ha affrontato e superato le tre tentazioni nel deserto (Cfr Mt 4,1-11; Lc 4,1-13). Ogni israelita, poi, recita questa preghiera due volte al giorno e si copre gli occhi con le mani, per significare che il mistero racchiuso nelle “parole” di Mosè è «accessibile solo all’ascolto e non alla visione» (Mello).
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LA “PACE” NELLA BIBBIA
Dono di Dio e impegno dell’uomo

ANCORA oggi il termine ebraico shalòm (“pace”) è il primo ad affiorare sulle labbra degli ebrei quando si incontrano e si salutano. È un termine nel quale si concentra ogni aspetto della vita e della persona, chiamata a percorrere questo nostro mondo nell’intreccio armonioso di incontri, dialoghi, relazioni, legami. In questo suo primo significato la pace è l’orizzonte entro il quale l’uomo è chiamato a “coltivare” e “custodire” il creato (come si legge in Gen 2,15) e a intessere la rete ininterrotta della comunione fraterna. Chi opera in questo modo contribuisce a costruire la grande famiglia dei figli di Dio, il cui primogenito è il Cristo, primo costruttore di pace: «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9). Nel suo aspetto verticale shalòm è invece in stretto rapporto con Dio e con il suo Inviato, il Messia, chiamato «Principe della pace» (Is 9,5). Per questo la Bibbia considera la pace non solamente come assenza di guerra, ma soprattutto come dono di Dio e come pienezza di tutte le sue benedizioni: la vita e la famiglia, la terra e i suoi prodotti, il lavoro e il benessere, la longevità e l’abbondanza. La pace è il messaggio centrale della speranza messianica annunciata dai profeti, che la vedono realizzarsi nella ritrovata armonia delle origini tra l’uomo e il creato: «Il lupo dimorerà insieme con l’agnello… il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un piccolo fanciullo li guiderà...» (Is 11,6-9; Cfr Is 65,25). Ma anche nella trasformazione degli strumenti di guerra in strumenti di progresso e di convivenza pacifica e fraterna: «Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci… non impareranno più l’arte della guerra» (Is 2,4). Tutto ciò si compirà con la venuta di Gesù di Nazaret, la cui nascita segna anche la nascita e il trionfo della pace: «Sulla terra pace agli uomini, che Dio ama» (Lc 2,14). Nel simbolismo biblico Gerusalemme è la “città della pace”: suo sovrano storico è Salomone (= “il pacifico”), ma suo sovrano ideale è “la pace” (Is 60,17). Nelle Lettere di Paolo, i destinatari del vangelo ricevono come primo annuncio la pace donata da Gesù risorto il giorno di Pasqua: «Grazia a voi e pace».
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«GUERRA E STERMINIO»

SONO frequenti nella Bibbia le pagine che racchiudono episodi di guerra e di violenza, segni vivi della incarnazione della Parola di Dio nel nostro mondo percorso dal peccato. Il loro racconto riguarda le guerre di conquista della terra di Canaan all’epoca di Giosuè e quelle del periodo della monarchia in Israele. Queste guerre si svolgono sotto la protezione di Dio, alla luce di un’usanza caratteristica degli antichi popoli, che la Bibbia sintetizza nel termine chérem (in ebraico, “sterminio”). Nella vittoria riportata, il popolo di Israele vedeva l’opera di Dio, che combatteva al suo fianco. A lui andava perciò “consacrato” o “riservato” (è questo il significato originario del termine chérem) quanto era stato conquistato, senza riservare nulla per sé. Chi avesse infranto questa norma veniva punito. Così, la guerra era intesa come “guerra santa”, in cui Dio era il protagonista (Cfr Nm 31) e Israele lo strumento per punire i popoli idolatri. La guerra, certo, non va mai giustificata. Il Nuovo Testamento al riguardo è esplicito. Ma non essendoci nell’antichità la tutela di un diritto internazionale, la guerra, con le sue conseguenze, era intesa come atto di sopravvivenza. Se a volte emergono nella Bibbia episodi di ferocia e violenza (Cfr Dt 20,13-18), bisogna anche dire che Dio stesso si impegna in un’opera educatrice paziente e progressiva nei confronti dei limiti dell’umanità ferita dal peccato. La Bibbia conosce anche norme di particolare mitezza. Nell’assedio di una città bisognava evitare di danneggiare gli alberi da frutto (Dt 20,20). Dalla guerra era esonerato chi si era appena sposato, per rimanere nel primo anno di matrimonio accanto alla sposa (Dt 20,7).
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PROFETA
Non chi predice il futuro, ma chi parla a nome di Dio
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I LIBRI biblici presentano il profeta non come colui che predice il futuro, ma come l’inviato di Dio che, in suo nome, parla al presente, esortando i destinatari della sua predicazione alla fedeltà e all’obbedienza alla Parola del Signore. Gli antichi popoli orientali avevano una “organizzazione profetica” basata sulle capacità umane (conoscenza degli astri e della natura) e su particolari doti (che si manifestavano con “visioni” ed “estasi”) di quanti ne facevano parte. La loro azione e la loro parola erano però a servizio della corte e del tempio: qui essi trovavano protezione e sostentamento. In Israele prevale invece un diverso modo di concepire e di esercitare la profezia: questa deriva direttamente da Dio e non è al servizio di alcun potere (politico o religioso). Il profeta biblico ha la consapevolezza di esistere e di parlare unicamente in nome di Dio (prophètes, in greco, indica “colui che parla in nome di” o “al posto di”, come pure "colui che parla davanti" al popolo). Nella Bibbia leggiamo diversi “racconti di chiamata” che contengono l’investitura del profeta da parte di Dio (Cfr Is 6,1-9; Ger 1,4-10; Ez 2,1-10). In essi si nota, da un lato, l’iniziativa di Dio, che si prende cura del suo popolo suscitando il profeta. Dall’altro, appare la piena disponibilità del chiamato alla missione di profeta (come avviene per Isaia: «Eccomi, manda me», Is 6,8), oppure fa capolino il dubbio (come nella chiamata di Geremia: «Ecco, io non so parlare, perché sono giovane», Ger 6,6), dubbio che però è vinto dalla forza dello Spirito del Signore. Per il contenuto della loro predicazione e per l’epoca in cui sono vissuti, i profeti biblici, oltre a distinguersi in “maggiori” (Isaia, Geremia, Ezechiele e Daniele) e “minori” (i “Dodici profeti minori”), si distinguono anche in profeti prima dell’esilio, profeti dell’epoca dell’esilio, profeti del dopo esilio. I primi esortano il popolo alla fedeltà a Dio per non incorrere nella punizione dell’esilio. I secondi tengono viva, nel popolo in esilio (dal 586 al 538 a.C.), la speranza del ritorno, che avverrà come un secondo esodo. I profeti del dopo esilio esortano il popolo alla ricostruzione spirituale e materiale e preparano la venuta del Messia.
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“EBREI”, “ISRAELITI”, “GIUDEI”
Origine e presenza nella Bibbia

NELLA Bibbia, il popolo di cui viene narrata la storia viene indicato con diverse denominazioni: ebrei, israeliti, giudei. Ecco come vanno compresi.
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“EBREO” è il nome che appare con molta frequenza nei primi cinque libri della Bibbia, dove indica un gruppo ben differenziato nell’insieme dei popoli semiti (da Sem, figlio di Noè). Abramo è chiamato “l’Ebreo” (Gen 14,13) e da questo termine ha origine l’ebraismo (da non confondere con il Giudaismo).
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“ISRAELITA” deriva dal nome che viene dato a Giacobbe (Cfr Gen 32,29). In generale, con il nome “Israele” si intende tutto il popolo ebraico nella sua unità di fede, di tradizioni e di religione (la Bibbia usa l’espressione “i figli di Israele”). Ma quando il regno unitario di Davide venne diviso (Cfr 1Re 11,26-32; 12,1-33), si formarono due regni nella terra degli ebrei: il regno del Nord (con 10 tribù), chiamato anche regno di Israele o di Samaria (la capitale) e il regno del Sud o regno di Giuda (la tribù più grande delle due che lo componevano). È in questo periodo che con il termine “Israelita” si indicano gli abitanti del regno del Nord o di Israele, mentre il termine “Giudeo” designa gli appartenenti al regno del Sud o di Giuda. Come pure da qui ha origine la diversa denominazione di “re di Israele” e “re di Giuda”.
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“GIUDEO” indica inoltre, a partire dal periodo del dopo esilio (538 a.C.), chi abita nella Giudea, divenuta provincia persiana. È da questo periodo che ha inizio il Giudaismo e prevale il termine “giudeo”, mentre l’uso dei termini “ebreo” e “israelita” tende a diminuire. Si può quindi dire che Abramo era ebreo ma non giudeo (che è denominazione posteriore). Di Gesù, invece, si può dire che era ebreo e giudeo (Cfr Gv 4,9). Come pure si può dire che la religione di Abramo era l’ebraismo, ma non il giudaismo. Quella di Gesù e degli ebrei di oggi si può invece chiamare sia ebraismo sia giudaismo.
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DIRE “DIO” NELLA BIBBIA
Dalla vita alla fede, alla preghiera

L’UOMO della Bibbia si rivolge a Dio attingendo il linguaggio dall’ambiente in cui vive. La terra, il gregge, la città, il tribunale, la guerra, la famiglia, il matrimonio gli offrono le parole per esprimere la sua fede e la sua preghiera. Nei libri biblici troviamo, di conseguenza, diversi linguaggi per parlare di Dio. Il linguaggio del pastore e della terra: l’immagine di Dio Pastore è fissata nel Salmo 23 («Il Signore è il mio pastore»). Dio è colui che guida e introduce sempre il suo popolo/gregge (e l’uomo di ogni tempo) a una meta: la terra promessa per Israele, la salvezza per noi. Come il ritmare del bastone del pastore sul terreno rassicurava il cammino del popolo di Israele nel deserto, così la Parola di Dio ritma e custodisce il nostro cammino quotidiano. Il linguaggio della guerra: le espressioni “Dio degli eserciti” o “Dio addestra le dita dell’uomo alla guerra” (Cfr Sal 18) e molte altre simili, si rifanno ai modi con cui gli antichi popoli parlavano della divinità. La Bibbia li accetta per esprimere il nostro concetto di “onnipotenza”, ma vede nelle “guerre” di Dio la lotta contro il vero nemico dell’uomo, che è il peccato. Nel Nuovo Testamento Gesù supera questo linguaggio, non utilizzando più i simboli e le immagini della guerra nel parlare di Dio, ma ce lo rivela come “Padre” e come “Amore” (Cfr 1Gv 4,8.16). Il linguaggio giuridico: l’immagine di Dio “giusto giudice”, che siede in tribunale e pronuncia rette sentenze, vuole affermare che Dio solo ha la capacità di ristabilire la giustizia in un mondo dove (ieri come oggi) essa viene violata dal peccato dell’uomo e della società. Il linguaggio sponsale: è il linguaggio caratteristico di alcuni libri biblici (come il Cantico dei Cantici, i Salmi, i profeti Osea e Isaia), con il quale i rapporti tra Dio e il popolo di Israele sono presentati con il simbolismo sponsale (Dio è lo “sposo” di Israele e Israele è la sua “sposa” o “fidanzata”) e con il simbolismo dei colori, dei vestiti, dei gioielli e dei profumi. In questo contesto, il peccato viene descritto con gli stessi termini che indicano l’infedeltà sponsale (“adulterio”, “prostituzione”) e la violazione dell’alleanza (“tradimento”, “seguire altri dèi”).
 
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