Santa Famiglia

LA SANTA FAMIGLIA MODELLO IDEALE

 

IL FIGLIO DI DIO ASSUME LA NOSTRA CONDIZIONE DI UOMINI

I Vangeli, che sono la testimonianza della predicazione apostolica, concedono largo spazio ai racconti della passione e della risur rezione, ma evidentemente non hanno trascu rato l'Incarnazione, che ha in Giovanni il ter mine stesso che ne esprime il mistero: «Il Verbo si è fatto carne» (1, 14). E' proprio attraverso la realtà della carne, che Giovanni esperimenta il Vangelo e, quindi, può annun ziarlo: «colui che noi abbiamo sentito, colui che abbiamo veduto con i nostri occhi, colui che abbiamo contemplato e che le nostre mani hanno toccato, cioè il Verbo della vita... lo annunziamo a voi»» (1 Gv 1, 1-3).

Nella realtà della carne di Gesù, Giovanni e i discepoli hanno potuto contemplare la gloria del Verbo: «abbiamo visto la sua gloria, gloria come di Unigenito dal Padre» (1, 14; cf. 2, 11; 11, 40).

San Tommaso mette giustamente al centro delle opere divine l'Incarnazione: «Tra le opere divine il mistero dell'incarnazione supe ra al massimo la ragione: non si può trovare, infatti, nulla, fatto divinamente, più mirabile, che il vero Dio, il Figlio di Dio, sia diventato vero uomo».

L'incarnazione è il miracolo dei miracoli, l'opera alla quale è orientata tutta la creazio ne. La solenne proclamazione di Maria «Madre di Dio», fatta dal Concilio Ecumenico Efesino, rientra in quest'ottica, «perché Cristo, confor me alle Scritture, fosse riconosciuto, in senso vero e proprio, figlio di Dio e figlio dell'uo mo».

Il Simbolo Niceno-Costantinopolitano è una dettagliata proclamazione della divinità di Gesù e della sua umanità. La persona divina del Verbo è discesa con la sua divinità per ascendere con la nostra umanità. E' questa l'essenza del mistero cristiano. «Poiché in lui la natura umana è stata assunta, senza per questo venire annientata, per ciò stesso essa è stata anche per conto di noi innalzata a una dignità sublime. Con l'incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo a ogni uomo. Ha lavorato con mani d'uomo, ha pensato con mente d'uomo, ha agito con volontà d'uomo, ha amato con cuore d'uomo. Nascendo da Maria Vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché nel pecca to».

La Costituzione Gaudium et spes dedica una particolare attenzione al tema «Verbo incarnato e la solidarietà umana» Lo stesso Verbo incarnato volle essere partecipe della convivenza umana. Fu presente alle nozze di Cana, entrò nella casa di Zaccheo, mangiò con i pubblicani e i peccatori. Egli ha rivelato l'amore del Padre e l'eccelsa vocazione degli uomini, rievocando gli aspetti più ordinari della vita sociale e adoperando linguaggio e immagine della vita di ogni giorno. Santificò le relazioni umane, innanzitutto quelle fami liari, dalle quali trae l'origine la vita sociale, volontariamente sottomettendosi alle leggi della sua patria. Volle condurre la vita di un lavoratore del suo tempo e della sua regione.

La grande teologia si è soffermata a medi tare sulla natura e gli effetti dell'unione ipo statica in ordine alla redenzione, formulando il principio: ciò che non è assunto, non è redento. Ciò significa che la presenza e l'azio ne di Gesù non vanno intese solo come una semplice condivisione della sorte umana, quasi come una solidarietà morale finalizzata a confortare, consolare e orientare verso il bene, in modo che seguissimo le sue orme (cf. 1 Pt 2, 21; Mt 16, 24; Lc 14, 27).

La venuta del Verbo di Dio nella carne non è simile a quella di un capo di stato tra le sue truppe per sollevarne il morale o per tra scinarle con il proprio esempio.

Il mistero della presenza e dell'opera di Gesù consiste, invece, nel rigenerare (1 Pt 1, 3-23) l'uomo, nel rifare di lui la creatura nuova secondo il volere di Dio (2 Cor 5, 17; Rm 6, 4; Gal 6, 15). Il Verbo di Dio, per mezzo del quale tutto è stato creato (cf. Gv 1, ls.; 2 Cor 1, 15ss.; 1 Cor 8, 6; Eh 1, 3), ricrea ogni cosa incarnandosi (cf. Rm 8, 29; Col 1, 18ss.; 3, 10), ossia riunendo la pienezza della divinità e la nostra umanità nella sua persona (Col 2, 9ss.).

Nel mistero del Verbo incarnato, uomo perfetto, viene restituita ai figli di Adamo la somiglianza con Dio, resa deforme già subito agli inizi a causa del peccato.

GESU' VOLLE FAR PARTE DI UNA FAMIGLIA

Poiché il Figlio dell'uomo è entrato nella storia degli uomini attraverso la famiglia, come non vedere in ciò uno straordinario significato? Tale assunzione, d'altra parte, era richiesta dalla realtà stessa dell'Incarnazione. Quando l'evangelista Giovanni afferma che «Il Verbo si è fatto carne (1, 14), egli non intende esprimere semplicemente lo stato di umiliazione derivata a Gesù dal fatto di esse re diventato uno di noi, aspetto certamente ricco di significato, come evidenziato da Paolo (Fil 2, 27), ma sottolineare che egli ha visto, udito, toccato (cf. Gv 1, 15; 1 Gv 1, 1-3), azioni che indicano chiaramente un'esperien za storica, concreta. E' proprio la realtà della carne di Gesù che suppone e richiede la maternità di Maria, ampiamente descritta da Luca e Matteo ed espressamente professata nel Credo (et incarnatus est de Maria Virgine), e di conseguenza anche la paternità umana, ovviamente nei limiti del dogma del concepimento verginale, postulato dalla pree sistenza della Persona incarnata: «La mater nità implica necessariamente la paternità e, reciprocamente, la paternità implica necessa riamente la maternità: è il frutto della dualità, elargita dal Creatore all'essere umano ‘dal principio’».

La famiglia è infatti una «via comune..., una via dalla quale l'essere umano non può distaccarsi. In effetti, egli viene al mondo nor malmente all'interno di una famiglia, per cui si può dire che deve ad essa il fatto stesso di esistere come uomo. Quando manca la fami glia, viene a crearsi nella persona che entra nel mondo una preoccupante e dolorosa carenza che peserà, in seguito, per tutta la vita». Questa evidente costatazione, legata alla comune esperienza circa l'importanza «unica e irripetibile» della famiglia per ogni uomo, ci aiuta a comprendere l'esigenza della sua assunzione nell'economia della salvezza.

Giovanni Paolo II lo sottolinea con un «dunque»»: «il mistero divino dell'Incarnazione del Verbo è dunque, in stretto rapporto con la famiglia umana». Infatti, poiché «con l'Incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo... si è fatto vera mente uno di noi, in tutto simile fuorché nel peccato, ciò è avvenuto proprio «a cominciare dalla famiglia, nella quale egli ha scelto di nascere e di crescere»: «il Figlio unigenito, consostanziale al Padre, ‘Dio da Dio e Luce da Luce’, è entrato nella storia degli uomini attraverso la famiglia».

Ne segue che l'Incarnazione del Verbo non comporta il rapporto «soltanto con una famiglia, quella di Nazareth, ma in qualche modo con ogni famiglia», dal momento che, come già detto, il Figlio di Dio nell'Incarnazione «si è unito in certo modo ad ogni uomo».

La presenza di Gesù alle nozze di Cana, dove egli rivela la sua gloria (Gv 2, 1-11), dimostra «quanto la verità della famiglia sia inscritta nella Rivelazione di Dio e nella storia della salvezza».

Gesù si è fatto «Araldo della verità divina sul matrimonio», annunciando questa verità appunto «con la sua presenza e con il compi mento del suo primo ‘segno’: l'acqua cambia ta in vino».

La portata di questa verità deve essere enorme, se Gesù, prima ancora di farsene araldo, ha voluto viverla come membro di una famiglia: ha voluto nascere nel matrimo nio, anche se non dal matrimonio, di Maria e Giuseppe: nel pieno rispetto del comanda mento «onora tuo padre e tua madre», Gesù ha accettato di essere educato nella più perfetta obbedienza (cf. Lc 2, 51) da Maria e Giuseppe, designati nel vangelo proprio con il titolo onorifico di ««genitori»» (Lc 2, 27.33.41).

LA BENEDIZIONE MAI CANCELLATA

Cristo, il Verbo di Dio incarnato, disceso dal cielo per riportare al progetto iniziale l'o pera divina, deturpata dal peccato, ne inizia il restauro incominciando proprio dalla coppia, che rimane pur sempre nel creato l'immagine dell'amore di Dio.

La liturgia nuziale ripete giustamente che «la prima comunità, la famiglia, riceve in dono quella benedizione che nulla poté cancellare, né la pena del peccato originale, né del casti go del diluvio». Poiché nell'opera della creazione l'unione matrimoniale è, attraverso il dono sponsale di sé, il segno o sacramento dell'Amore divino, l'opera redentrice di Gesù deve iniziare proprio dal matrimonio, il quale rimane così la privilegiata analogia per espri mere la nuova ed eterna alleanza, che egli instaura con l'umanità attraverso il dono sponsale di sé alla sua Chiesa. L'amore del marito per la moglie è scelto espressamente per rappresentare l'amore di Cristo per la Chiesa (cf. Ef 5, 22-33). Il comportamento oblativo di Cristo («ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei», v. 25) è in stretto riferi mento al progetto originario: «Per questo l'uo mo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola» (v. 31). La carità totale, nella quale il redento deve camminare, «nel modo che anche Cristo vi ha amato e ha dato se stesso per voi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore» (Ef'5, 2), ha la sua manifestazione uffi­ciale nel matrimonio, segno del «mistero gran de»: «lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa» (v. 32).

Questi accenni al significato del matrimo nio aiutano a comprendere l'importanza del vero matrimonio di Maria con Giuseppe e la sua collocazione all'inizio dell'opera della sal vezza.

L'intima relazione del matrimonio di Maria e Giuseppe con l'umanità di Gesù, strumento efficace della divinità in ordine alla santifica zione degli uomini, e, inoltre, il significato che il matrimonio stesso ha nell'ordine e nella finalità della creazione fanno sì che proprio questo matrimonio sia la prima opera della salvezza, come troviamo esplicitamente affer mato dai Sommi Pontefici: «In questa grande impresa del rinnovamento di tutte le cose in Cristo, il matrimonio, anch'esso purificato e rinnovato, diviene una realtà nuova, un sacra mento della nuova Alleanza. Ed ecco che alle soglie ciel Nuovo Testamento, come già all'ini zio dell'Antico, c'è una coppia. Ma, mentre quella di Adamo ed Eva era stata sorgente del male che ha inondato il mondo, quella di Giuseppe e di Maria costituisce il vertice, dal quale la santità si espande su tutta la terra. Il Salvatore ha iniziato l'opera della salvezza con questa unione verginale e santa, nella quale si manifesta la sua onnipotente volontà di purificare e santificare la famiglia, questo santuario dell'amore e questa culla della vita».

A chi sembrasse nuova questa dottrina si potrebbe ricordare che il collegamento espli cito della società familiare e della Famiglia di Nazareth con l'inizio della creazione è già presente nella Lettera apostolica Neminem fugit. «Dio misericordioso, avendo decretato di compiere l'opera della riparazione umana aspettata a lungo da secoli, dispose il modo e l'ordinamento della stessa opera in maniera che gli stessi suoi primi inizi mostrassero al mondo l'augusto ideale della famiglia divina mente costituita, in cui tutti gli uomini vedes sero un assolutissimo esemplare della società domestica e di ogni virtù e santità. Tale fu davvero quella Famiglia Nazaretana, nella quale era nascosto il Sole di giustizia prima che risplendesse in piena luce a tutte le genti: e cioè Cristo Dio Salvatore nostro con la Vergine Madre e Giuseppe Sposo santissimo, che svolgeva il compito di padre verso Gesù».

LA COPPIA CHE RINNOVA LA STORIA DEL BELL'AMORE

Poiché l'uomo e la donna, “creati come unità dei due” nella comune umanità, sono chiamati a vivere una comunione d'amore e in tal modo a rispecchiare nel inondo la comunione d'amore che è in Dio, per la quale le tre Persone si amano nell'intimo mistero dell'unica vita divina, il matrimonio di Maria e Giuseppe ha certamente rispecchiato più e meglio di ogni altro la comunione d'a more che è in Dio, tenuto conto che esso è stato voluto e predisposto da Dio stesso per l'inserimento ordinato nel mondo del Verbo, per opera dello Spirito Santo.

Il matrimonio di Maria e Giuseppe si pre senta, dunque, come l'immagine perfetta del l'amore creatore e redentore di Dio. I due santi sposi hanno vissuto veramente il loro matrimonio come puro «dono sponsale», con quella piena libertà» che proveniva loro dalla grazia divina abbondantemente presente e operante nel suo strumento «congiunto» dell'u manità di Gesù. Il dono disinteressato di sé fatto da Giuseppe a Maria è espresso lapida riamente da Matteo nella frase: «Non la conobbe» (1, 25)». Queste parole indicano un'altra vicinanza sponsale», commenta altrettanto sobriamente ma efficacemente Giovanni Paolo II.

Il vero amore consiste proprio nel coope rare a realizzare nella persona amata il pro­getto di Dio, che nel caso di Maria riguardava la maternità divina. Legati al mistero dell'in carnazione a tal punto di essere chiamati da Luca «i genitori di Gesù» (2, 41), Maria e Giuseppe sono veramente nel creato il segno o sacramento della nuova umanità redenta da Gesù Cristo. Con al centro Gesù, il rigenerato re dell'umanità, Maria e Giuseppe formano quella che opportunamente è stata chiarata la «trinità terrena»; attraverso Gesù, concepito per opera dello Spirito Santo e immagine per­fetta del Padre, questa «trinità terrena» si uni sce mirabilmente alla «Trinità celeste», forman done l'irradiazione e il riflesso.

Questa dottrina è lo sviluppo del pensiero di Giovanni Paolo II: Nel mornento culmi­nante della storia della salvezza, quando Dio rivela il suo amore per l'umanità mediante il dono del Verbo, è proprio il matrimonio di Maria e Giuseppe che realizza in piena ‘libertà’ il dono sponsale di sé nell'accogliere ed esprimere un tale amore.

Il matrimonio di Maria e Giuseppe va riconosciuto come quello che unico realizza la dimensione originaria ed esemplare del mistero della creazione. Nella piena consape volezza di essere voluti dal Creatore ciascuno di loro per se stesso ed entrambi per Cristo, essi hanno pienamente ritrovato se stessi nel dono disinteressato di sé. Quello che per la prima coppia era rimasto solamente un idea­le, in Giuseppe e Maria è, infatti, divenuto realtà.

Se la grazia della creazione, la quale attra verso l'innocenza, che è lo stato di natura integra, frutto di santità e di giustizia, ren deva impossibile ai due protagonisti dell'Eden di ridursi reciprocamente a mero oggetto uno dell'altro e, quindi, consentiva loro di vivere la prima festa dell'umanità in tutta la sua pie nezza originaria e di esperimentare serena mente il significato sponsale del corpo, pos­siamo ritenere che questa stessa festa è stata rivissuta agli albori della redenzione nella comunione sponsale di Maria e Giuseppe. Arricchiti di tutti quei doni celesti richiesti dalla singolare missione di «genitori» del Figlio di Dio incarnato, Giuseppe e Maria sono stati e rimangono per l'umanità il rinnovato «sacra mento» dell'Amore originario, che è puro e disinteressato dono di sé.

Il matrimonio di Maria e Giuseppe rinno va la storia del «bell'amore» iniziata con la prima coppia umana, con Adamo ed Eva. Cristo non viene a condannare il primo Adamo e la prima Eva, ma a redimerli; viene a rinnovare ciò che nell'uomo è dono di Dio, quanto in lui è eternamente buono e bello e costituisce il substrato del bell'amore».

Ebbene, Maria e Giuseppe, alle soglie della Nuova Alleanza, «ricevono l'esperienza del ‘bell'amore’ descritto nel Cantico dei Cantici. Giuseppe pensa e dice di Maria: ‘Sorella mia, Sposa’ (cf. Ct 4, 9)».

 
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